giovedì 1 ottobre 2015

Recensione di "Honeymoon", il quarto album di Lana Del Rey

Rieccomi tornata dalle ferie! Vi sono mancata?
Archiviato settembre, diamo il benvenuto a ottobre e torniamo a buttare giù due righe sul blog.
E ripartiamo alla grande parlando del nuovo album di Lana Del Rey, "Honeymoon". L'avevo annunciato qualche settimana fa, e puntualmente il 18 settembre ho acquistato il CD e l'ho ascoltato e riascoltato in vacanza, tanto da aver deciso da tempo che il primo articolo che avrei scritto una volta tornata in attività sarebbe stato su questi splendidi brani.


Nella cover dell'album vediamo la nostra star come la passeggera di una cabriolet di proprietà di un'azienda che organizza Tour di Hollywood. L'espressione è quella oscura di sempre e lo sguardo coperto dagli occhiali è rivolto verso chissà quali pensieri.
Questo si ricollega al mood dell'album. Il concetto di base è quello del titolo: una luna di miele.  Lana Del Rey ha sempre avuto un'ossessione per la ricerca della felicità, per la consapevolezza che essa non è infinità e per la sfida a questo insopportabile limite. Conta le ore trascorse sotto le coperte con un amante, così come si riferisce all'intero periodo trascorso dopo una rottura come al "giorno più nero".


La title track, "Honeymoon" appunto, si apre con un violoncello lamentoso e alto e con violini striscianti, per poi navigare sul vento della voce di Lana per quasi sei minuti con la promessa di una gloriosa libertà senza meta: “We could cruise to the blues / Wilshire Boulevard if we choose” (potremmo andare in crociera verso il blues / Wilshire Boulvard, se lo vogliamo). Ma alla fine sembra irrimediabilmente e completamente sola e l'impressione è che stia cantando per qualcuno che se n'è andato da tempo.



Adeguatamente, la sua voce è più cavernosa che mai.
Dopo un'incursione nei riverberi del rock con l'ambum del 2014 "Ultraviolence" siamo tornati qui alle sonorità di "Born to die". Ma se le sue prime canzoni erano ironiche, seppur malinconiche, i brani di "Honeymoon" sono tutta un'altra cosa. Potrebbero addirittura apparire noiosi, e forse alcuni lo sono anche, ma Lana Del Rey è una grande scrittrice, consapevolmente sopra le righe, e i testi regalano una marcia in più a ogni singola traccia.
Un momento da evidenziare è il ponte di "Terrence loves you", un'elegia al sapore di opera scritta per un musicista che ha amato. Quando la batteria finalmente si scatena, Lana canta di accentere la radio per conservare il ricordo del ragazzo nella propria mente e a quel punto interpola "Space oddity" di David Bowie per comunicare l'insormontabile distanza.



Del resto, a tre anni dal suo debutto, le cose sono cambiate parecchio, per Lana.
Dopo essere passata da essere una curiosità internettiana a un'autentica superstar, il rapporto della cantante con la sua celebrità è complicato: da una parte, lei è notoriamente dolce come persona, si ferma a scattare selfies con i fan che la stalkano a Brooklyn, offre grandi sorrisi ai paparazzi e si arrampica fino a dare abbracci e baci a tutta la prima fila, ai suoi concerti.
Dall'altra parte... c'è "High by the beach":



Il video diretto da Jake Nava è la vera risposta di Lana ai meno desiderabili aspetti della fama. La clip la segue da una finestra all'altra di una bellissima casa sull'oceano, mentre viene perseguitata da un elicottero con a bordo dei paparazzi un po' troppo invadenti. Ma Lana ha il controllo del suo destino in questa fantasia: in una scena esilarante, armata da una comicamente gigantesca pistola che sembra tratta da un videogioco sparatutto tipo Duke Nukem, abbatte l'elicottero facendolo esplodere in mille pezzi.
Il testo della canzone si riferisce alla fine di un amore, con la cantante stanca delle stronzate del proprio partner alle quali gli confessa, quasi glielo sputa in faccia, di non aver mai creduto. Ancora più significativa è la coda della canzone, nella quale Lana lancia un messaggio tutt'altro che pacifista:
Everyone can start again (tutti possono ricominciare)
Not through love but through revenge (non attraverso l'amore ma attraverso la vendetta)
Through the fire, we're born again (attraverso il fuoco, noi siamo rinati)
Peace by vengeance (pace dalla vendetta)
Brings the end (porta la fine)

Questa esplosione di rabbia è però di breve durata.
Anche "God knows I tried" trova Lana di fronte alla difficoltà di gestire la celebrità, ma questa volta, invece di abbattere elicotteri opta per dipingere le persiane, ascoltare "Hotel California" degli Eagles e ballare da sola.



“I’ve got nothing much to live for ever since I found my fame,” (non ho più molto per cui vivere, da quando ho trovato la mia fama), canta tristemente accompagnata dalle corde della chitarra. Il coro è particolarmente inquietante, mentre si abbandona alla sua nuova realtà: "God knows I tried" (Dio sa che ci ho provato), ripete continuamente.

E così, tra i seducenti inviti in California di "Freak", la fantasia italiana di "Salvatore", la caduta a precipizio nella depressione di "The blackest day" e le promesse di libertà di "Swan song", arriviamo anche a una meravigliosa reinterpretazione di "Don't let me be misunderstood" di Nina Simone.
Cos'altro posso dirvi? Non è un album semplice, e difficilmente piacerà al primo ascolto, ma entrateci dentro e vi renderete conto che è un vro capolavoro. Forse, il migliore album di Lana Del Rey. Di certo il più maturo e profondo che abbia pubblicato finora.

J.D.

1 commenti:

Nonna Rinda ha detto...

http://tuttalamiamusica.blogspot.it/

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